L’ARTE DI VIAGGIARE

Possono scrittori, artisti e filosofi rivelarsi ottimi compagni di viaggio? Alain de Botton non ha dubbi, e affida a guide illustri del passato il compito di scandire le sue partenze e i suoi ritorni, le grandi aspettative così come le piccole ma cocenti delusioni di cui ciascun viaggio è costellato.

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L’ARTE DI VIAGGIARE

Il libro approfondisce in maniera brillante e con il supporto di autori classici, poeti, pittori, pensatori e viaggiatori scienziati, alcuni aspetti del viaggiare.

Tra i temi affrontati troviamo le aspettative che ci creiamo prima della partenza e come queste corrispondano o meno all’esperienza effettiva; la curiositá che ci spinge a viaggiare, il paesaggio urbano e quello naturale, oppure il paesaggio immenso che ci sovrasta e che è definito dal concetto romantico di “sublime”, fino a cosa considerare bello e l’effetto che ha la bellezza sui nostri comportamenti.

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Il libro è fortemente strutturato e in ogni capitolo l’esperienze dell’autore  si intreccia con la voce e le vicende di qualche autorevole pensatore che ha trattato in maniera approfondita l’argomento del capitolo o ha fatto esperienze significative in quel particolare campo.

Questo testo puo’ essere considerato l’antidoto a certe guide che ci spingono a vivere tutti le stesse esperienze negli stessi posti.

Al contrario il filo conduttore che emerge dalla lettura è di considerare il viaggio come un fatto estremamente personale, un’occasione di espansione del nostro mondo percettivo che ci potrà accompagnare anche nella nostra vita quotidiana.



Quindi, bandita o quanto meno tenuta sotto controllo l’esperienza omogenizzata della guida turistica, veniamo invitati a guardare con curiositá rinnovata il mondo.

Il primo capitolo fa subito piazza pulita dell’idea di turismo inteso come ricerca di conferme, del tentativo cioè di viaggiare per ritrovare i luoghi e le sensazioni che i depliant implicitamente o esplicitamente ci promettono.

Di fatto questa ricerca di conferme è il più delle volte frustrata e quindi tutto il resto del libro costruisce un percorso alternativo che ci invita a viaggiare in modo personale, creativo e consapevole.

Alla fine si torna nei propri luoghi di partenza in compagnia di De Maistre che ha viaggiato proficuamente nella propria camera da letto: veniamo quindi invitati a scoprire con gli occhi del viaggiatore anche i luoghi della nostra vita quotidiana.

Il libro si divide in cinque sezioni:

  1. Partenza
  2. Motivazioni
  3. Paesaggio
  4. Arte
  5. Ritorno
 In “Partenza” si parla anche di stazioni di servizio, treni, sale d’aspetto: e qui il riferimento obbligato è ai quadri di Hopper.

L’analisi che fa l’autore di tre quadri del pittore americano sono tra le parti migliori del libro e non sfigurerebbero in un libro di critica d’arte.

Il primo capitolo sull’arte, intitolato “Sull’arte che apre gli occhi”, si stabilisce una connessione tra la popolaritá di certi luoghi e l’arte che rappresentandoli li ha valorizzati, insegnandoci a vederli.

Anche qui torna l’idea di fondo che quello che conta è saper vedere, e l’artista è uno che per definizione sa vedere.

arte-di-viaggiareNell’altro capitolo, “Sul possedere la bellezza”, si affronta il tema centrale della bellezza e come questa faccia automaticamente nascere in noi il desiderio di possederla. Questo capitolo svolge alcune considerazioni molto acute sulla fotografia, sulla sua accattivante possibilità o illusione di catturare la bellezza del mondo. Ma su questo punto l’autore citato, Ruskin, ci mette in guardia, invitandoci ad una visione lenta e attenta dei dettagli più minuti, un tipo di visione tipica di chi si ferma davanti alla bellezza del mondo e con una matita prova a riportarla sulla carta.

Ma in conclusione in cosa consiste lo spirito del viaggiatore?

Secondo De Botton “il suo tratto principale è la ricettività. Viaggiando ci avviciniamo a luoghi sconosciuti con umiltà, senza idee preconcette su cosa è interessante e cosa non lo è. Spesso irritiamo la popolazione locale piazzandoci su uno spartitraffico o in mezzo ad un vicolo già angusto per ammirare quelli che sembrano particolari strani e di poco conto, e per colpa del tetto di un certo edificio governativo o di un’iscrizione su un muro rischiamo di farci investire dalle auto di passaggio”.

Roberto Baglioni

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