IL TURISTA E IL VIAGGIATORE: QUALE DIFFERENZA?

Il turista consuma la propria vita, il viaggiatore la scrive. Marc Augè

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IL TURISTA E IL VIAGGIATORE: QUALE DIFFERENZA?

Un nuovo libro di viaggi, sentenzieranno i lettori più frettolosi, tirando via ad una prima scorsa della copertina di Viaggiare senza soldi – I mestieri per viaggiare e lavorare in tutto il mondo, del giornalista e sociologo Massimo Dallaglio. Mancando clamorosamente il bersaglio; perché per una volta, finalmente, non si tratta di un libro sui viaggi, ma bensì di un libro sul viaggiare: un manuale ideato e scritto con lo scopo preciso di mettere in grado il lettore di immaginare e realizzare alternative al suo attuale progetto di vita. E in questa differenza puntigliosa, minuscola tra il soggetto e l’atto del viaggio sta in realtà una enorme differenza nella concezione del vivere contemporaneo, la ricerca stessa di un senso compiuto dell’esistenza.

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Il viaggio è da sempre una delle componenti più cruciali della cultura tutta della razza umana: necessità logistica ed economica imprescindibile, potente metafora della vita, inarrestabile spinta dell’animo, da sempre è sufficiente pronunciare questa piccola parola per evocare un intero mondo di significati; così come da sempre la nostra razza viaggia, spinta da un insieme di bisogni al tempo stesso di sussistenza e psicologici che ci impone di spostarci alla ricerca di quello che ci serve. Non necessariamente, e non soltanto, cibo, acqua, riparo: abbiamo, da sempre, viaggiato per curiosità, per metterci alla prova, per trovare le situazioni di vita a noi congeniali, per imparare qualcosa su noi stessi prima che sugli altri. Anche a prezzo di pericoli, fatiche, scomodità: basta guardare l’etimologia della parola nelle principali lingue europee.

Viaggio (così come voyage in francese e viaje in spagnolo) deriva da viaticum, la provvista necessaria per affrontare la via, a significare che senza una adeguata preparazione era impossibile, o estremamente pericoloso, compiere l’impresa. In inglese suona invece come travel, dal latino tripalium, un supplizio affine alla crocifissione; in tedesco, invece, la parola è reise, dal verbo latino oriri, che significa sorgere (come nell’anglosassone to rise): un viaggio è come una nuova nascita che consente all’uomo di raggiungere il posto che gli spetta, metaforico o no che esso sia.



E si badi che un viaggio, nell’antichità, poteva anche consistere in una distanza che noi oggi reputeremmo irrisoria: in un tempo in cui le distanze erano misurate non già come sottominimi delle dimensioni terrestri ma come multipli delle parti del corpo umano (braccia, leghe, mani, piedi) ogni passo equivaleva a conquistare all’umanità un nuovo pezzo di ignoto; ignoto che cominciava immediatamente fuori dalle porte della città. Immaginate viaggiatori come Erodoto, Senofonte, affrontare migliaia di chilometri senza medicinali, senza mappe, senza comunicazioni, armati solo di intransigenza e preparazione psicologica e addestramento alla sopravvivenza, in un mondo in cui anche a dieci minuti da casa le cause di morte e sparizione potevano essere centinaia. Immaginate adesso lo stridente confronto con quello che, oggi, viene considerato il concetto quasi sinonimo di viaggio: la vacanza. Vacanza: vacantia, essere vuoto, libero, contro viaggio, un impegno attivo nella ricerca, nella costruzione. Ecco: questo libro di Massimo Dallaglio è un libro sul viaggiare, non sul viaggiare per vacanza. Può essere invece a pieno titolo considerato come un libro sul viaggiare per divertimento. Nella misura in cui la parola non significa, come è entrato nell’uso, sollazzarsi, ma proprio e più genuinamente cambiare strada, sperimentare cose diverse.

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L’antropologo francese Marc Augé ha coniato una felicissima espressione – nonluogo – che sta a significare tutti quei posti che non sono identitari, non sono relazionali, non sono storici: luoghi di servizio, come aeroporti, supermercati, villaggi vacanze, ristoranti, estraniati dal contesto in cui sorgono come tanti avamposti di una unica società massificata in cui puoi gustare in Colombia gli spaghetti all’amatriciana e in Sicilia il pollo tandoori e in India la Sachertorte, un mondo in cui la surmodernità ha talmente ristretto i confini che l’idea stessa di viaggio diventa di per se stessa apparentemente obsoleta e si confonde con una specie di turismo diffuso; tu prendi l’aereo, visiti la cattedrale gotica, poi a dieci passi puoi trovare l’hamburger prodotto in serie esattamente con gli stessi sapori di quello che hai sotto casa. Rassicurante, comodo, imbozzolante.

Viaggiare è una cosa diversa. Montale scriveva della preparazione di prima, del viaggio: “(…) E ora che ne sarà/del mio viaggio?/Troppo accuratamente l’ho studiato/senza saperne nulla. Un imprevisto/è la sola speranza. Ma mi dicono/che è una stoltezza dirselo.” Questo è il viaggiare moderno, il viaggiare delle vacanze, in cui tutta l’emozione si dissipa nella preparazione: poi, solo l’imprevisto può arrivare a salvarti. Ma il viaggiare può anche essere quello di Baudelaire: “(…) Ma i veri viaggiatori partono per partire;/cuori leggeri, s’allontanano come palloni,/al loro destino mai cercano di sfuggire,/e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo! (…)”: ossia, un momento in cui il senso non sta nella mèta, ma nella costruzione stessa del senso, nell’atto stesso di uscire dal proprio quotidiano e, perché no? Crearsene un altro più soddisfacente, cercando altrove quel posto – del tempo, dello spazio, della concezione politica, o economica, in altre parole il punto preciso in cui il non luogo cessa di esistere e si incrociano invece in maniera esatta le coordinate tra quello che sono le caratteristiche della cultura del luogo e le nostre esigenze, idee, spinte interiori.

viaggiare senza soldi - viaggiatore e turista differenza fra viaggiare e andare in vacanza

Ecco allora il perché di un Manuale il cui scopo è squisitamente pratico: suggerimenti, indirizzi, testimonianze, dati, non foto, mappe, cartine, ricette tipiche e punti obbligati del percorso. Perché il percorso, poi, ciascuno sappia costruirselo da solo, partendo da un ausilio come questo che sia capace di dire: vuoi pensare ad una alternativa, pratica, concreta, a quello che vivi oggi?

Ecco allora come puoi mantenerti, cosa puoi fare, a chi puoi rivolgerti, a chi puoi chiedere informazioni. Per tutti quelli che non vogliono vivere col sole in fronte e il Martini in mano, ma progettare un senso che passi da altre idee ed altri luoghi; a ciascuno poi il lavoro della ricerca di quello più adatto alle proprie necessità.

Di Carlo Vanni

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