Simona Calo sceneggiatrice e regista nel Regno Unito 2

Ciao Simona, vuoi presentarti ai nostri lettori?

Sono Simona Calo, sceneggiatrice e regista italiana. Sono nata a Milano e da molti anni vivo e lavoro nel Regno Unito.

Il cinema è sempre stato il filo conduttore del mio percorso professionale, ma negli anni il mio lavoro si è ampliato molto: scrivo sceneggiature, dirigo film e documentari, sviluppo progetti audiovisivi e lavoro anche nella comunicazione aziendale, creando video, podcast e contenuti digitali.

Negli ultimi anni ho lavorato anche a diversi progetti in collaborazione tra Italia e Regno Unito. Oggi sto guardando sempre di più anche al mercato americano, soprattutto per quanto riguarda la scrittura di sceneggiature e i nuovi formati come i vertical drama.

Quando e perché è arrivata la voglia o la necessità di lasciare l’Italia?

In realtà, il desiderio di vivere in Inghilterra è nato quando ero ancora bambina. Ho sempre avuto una particolare attrazione per la campagna inglese e ho sempre immaginato che, prima o poi, avrei vissuto lì.

Nel 2008 si è presentata l’occasione di trasferirmi a Londra e ho deciso di provare, mi sono trovata bene e ho deciso di rimanere.

Dopo i primi anni a Londra ho capito però che quello che cercavo era un ambiente più tranquillo e vicino alla natura, così mi sono trasferita nel Kent, dove ho finalmente trovato quella campagna inglese che avevo immaginato fin da piccola.

Quando hai iniziato a lavorare come sceneggiatrice e regista?

Sono sempre stata interessata allo storytelling e al mondo audiovisivo. Già prima di iniziare a lavorare professionalmente nel cinema mi divertivo a montare video e a sperimentare con le immagini.

La svolta è arrivata però quasi per caso, durante una telefonata con un amico. Stavamo facendo uno di quei discorsi in cui ci si chiede “pensa se…” e da una di quelle idee, quasi per gioco, ho pensato di sviluppare e scrivere una storia.

All’inizio pensavo di scrivere un libro, ma mentre la scrivevo mi sono resa conto che nella mia testa vedevo continuamente delle immagini. Non riuscivo semplicemente a raccontare quello che succedeva: lo vedevo come un film. È stato lì che ho capito che quello era il linguaggio che volevo seguire e ho iniziato a interessarmi seriamente alla sceneggiatura e al cinema.

Quella è diventata la mia prima sceneggiatura, un lungometraggio di fantascienza che, come spesso succede con i primi progetti, è rimasto nel cassetto. Da lì però ho iniziato a scrivere, a realizzare i primi cortometraggi indipendenti e a conoscere il mondo dei festival. Sono passati ormai circa quindici anni e, da allora, questo percorso non si è mai davvero fermato.

Simona Calo sceneggiatrice e regista nel Regno Unito 2

Quali sono i principali film e progetti che hai realizzato?

Negli anni ho lavorato su diversi progetti cinematografici e audiovisivi, spaziando tra cortometraggi, documentari, animazione e nuovi formati.

Tra i progetti più recenti c’è The Good Dads, un cortometraggio animato di cui sono stata sceneggiatrice e regista e che ha ottenuto la qualificazione agli Oscar.

Ho poi scritto e diretto Eyes Everywhere, un docudrama distribuito a livello internazionale, che ha coinvolto attori come Christopher Lambert, Fortunato Cerlino e Francesca Inaudi.

Ho avuto anche la possibilità di lavorare con professionisti come Franco Nero, e lavorare con attori con una grande esperienza è sempre una scuola.

Quando scrivi una storia puoi immaginare un personaggio in un certo modo, ma quando lo vedi prendere vita attraverso un interprete scopri spesso qualcosa che non avevi previsto. Sono esperienze che mi hanno insegnato molto, sia sulla regia degli attori sia sulla scrittura.

Più recentemente ho iniziato a lavorare anche sulla scrittura per nuovi formati. Ho scritto Mirror, un vertical thriller di produzione americana che verrà distribuito nelle prossime settimane.

Hai un regista o una sceneggiatrice che ti ha ispirata?

Se devo citarne uno, direi sicuramente Ken Loach. Mi interessano molto i temi che affronta, soprattutto le storie di persone comuni, spesso in situazioni difficili o ai margini, e il modo in cui riesce a raccontare temi sociali attraverso storie molto umane.

Mi piace anche molto il suo stile. Guardando un suo film riconosci immediatamente il suo modo di raccontare, non solo per la storia, ma anche per la fotografia, gli ambienti e il modo molto naturale in cui costruisce le scene. È un cinema che riesce a parlare di temi importanti senza perdere di vista le persone e le loro storie, ed è qualcosa che mi interessa molto anche nel mio lavoro.

Come cambia il tuo lavoro in Inghilterra rispetto all’Italia?

In Inghilterra ho avuto la possibilità di confrontarmi con un ambiente molto più internazionale rispetto all’Italia, lavorando con persone provenienti da Paesi e percorsi diversi. Questo mi ha permesso di conoscere anche modalità e tecniche di lavoro differenti e di sviluppare una maggiore flessibilità professionale.

Un altro aspetto importante è stato imparare a muovermi in un contesto professionale diverso, costruendo nel tempo nuove relazioni e imparando a cogliere opportunità che magari non avrei incontrato lavorando esclusivamente in Italia.

Questa esperienza mi ha portato anche a guardare sempre di più a una dimensione internazionale del mio lavoro, che oggi comprende collaborazioni con professionisti di Paesi diversi.

Come sono stati i primi mesi da espatriata in Inghilterra?

All’inizio mi sentivo quasi ancora una turista. Quando vai a vivere a Londra, soprattutto nei primi mesi, hai voglia di andare in centro, vedere i posti più famosi, uscire e scoprire la città. Mi ricordo che uscivo molto più di quanto facessi dopo, quando ho iniziato a sentirmi davvero parte del posto in cui vivevo e a frequentare soprattutto il mio quartiere.

Allo stesso tempo, però, dovevo imparare a capire come funzionavano tutte quelle piccole cose pratiche della vita quotidiana che in Italia davo per scontate. Aprire un conto in banca, capire come funzionava il sistema sanitario, trovare un GP o fare il National Insurance Number: erano cose semplici, ma dovevo ogni volta capire a chi rivolgermi e quale fosse la procedura.

Credo che sia proprio questo uno degli aspetti più curiosi dei primi mesi all’estero: da una parte vivi ancora un po’ la città come un turista, dall’altra inizi a renderti conto che quella non è più una vacanza e che devi imparare a costruirti una vita vera in un Paese che funziona in modo diverso dal tuo.

Come si sta sviluppando oggi la tua carriera e quali sono le attività presenti e future?

In questo momento sto cercando di costruire una carriera sempre più internazionale. Sto lavorando a due nuovi vertical drama con produttori americani e sto sviluppando un documentario intitolato The Ripple Effect, che racconta la storia di una donna sopravvissuta al dirottamento di un volo Pan Am nel 1986 e, soprattutto, quello che è successo nella sua vita dopo quell’esperienza.

Sto inoltre lavorando a un nuovo lungometraggio, It Never Goes Away, un dramma che verrà realizzato attraverso una tecnica di produzione piuttosto particolare, pensata per adattarsi alla storia e al modo in cui voglio raccontarla.

Allo stesso tempo continuo a sviluppare il mio lavoro nel settore corporate e branded content, creando video, podcast e contenuti digitali per aziende e organizzazioni.

Questa parte del mio percorso mi ha permesso di sviluppare competenze che vanno oltre il cinema tradizionale: lavorare con un brief, confrontarmi con un cliente, coordinare collaboratori, rispettare budget e scadenze e trovare il modo più efficace per raccontare una storia.

In futuro vorrei quindi continuare a muovermi tra cinema, scrittura e nuovi formati audiovisivi, mantenendo aperta la possibilità di lavorare con produzioni e professionisti di Paesi diversi.

Hai qualche consiglio da dare a chi vuole intraprendere la stessa carriera nel mondo del cinema?

Il primo consiglio è di non aspettare che qualcuno ti dia il permesso di iniziare. Nel cinema è facile passare anni ad aspettare l’occasione giusta, il produttore giusto o qualcuno che creda nel tuo progetto.

Nel frattempo, però, si può già scrivere, girare, sperimentare e costruire qualcosa di proprio.
Un’altra cosa che ho imparato è che bisogna essere disposti a fare più cose.

Io oggi sono sceneggiatrice, regista e content creator, e molte delle competenze che ho sviluppato in un ambito si sono poi rivelate utili anche negli altri. Soprattutto in un settore che cambia così velocemente, credo sia importante rimanere curiosi, imparare continuamente e non avere paura di esplorare formati e strade nuove.

E, soprattutto, non bisogna pensare che il percorso debba essere necessariamente lineare. Il mio è sicuramente cambiato molte volte, tra Italia e Inghilterra, cinema, comunicazione, nuovi formati e collaborazioni internazionali.

A volte una strada che sembra essere una deviazione può invece portarti verso un’opportunità che non avevi previsto.

Se volete conoscere meglio il mio lavoro, i miei progetti e le attività che svolgo nel cinema, nella scrittura e nello storytelling, potete visitare il mio sito www.simonacalo.com, dove trovate anche informazioni sui workshop e sulle consulenze che offro.

 

Di Massimo Dallaglio

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