UN VIAGGIO LUNGO IL CAMI' DE CAVALLS 9


x. Maò

Lascio Trieste alle prime luci del giorno, mi aspettano circa ventiquattro ore di viaggio prima di approdare su Minorca, alla vista del Golfo sempre più blu, sempre più affascinante.

All’aeroporto di Venezia arrivo giusto in tempo per la navetta che mi porterà al primo imbarco. Qui inizia lo spettacolo melo-drammatico del mio bagaglio a mano, della mia casa che sarà a forma di zaino, la mia mocilla – un giorno gli troverò anche un nome. È evidente che supera le dimensioni limite, del peso preferisco non parlarne, ma non avevo fatto i conti con i cuori aperti delle prime guardie alla vista dei picchetti della tenda che, al mio implorare mi lasciano passare con un semplice: “Oggi sei fortunato”, pur non essendo pienamente in regola con gli attrezzi che mi porto dietro sull’aereo.

La prima tappa è Madrid e le sue circa quattro ore di scalo che mi saranno sufficienti per fare un giro in centro, giusto il tempo di qualche tapas e di una caña, che già mi mancano un sacco. Invece faccio l’errore di fermarmi al bancone delle informazioni turistiche, dove la ragazzadelleinformazionituristiche mi fa capire che arrivare in centro e tornare in tempo per il mio prossimo volo è un’impresa da evitare, se non voglio rischiare di rimanere nella capitale spagnola una notte di troppo. Il mio primo approccio qui con lo spagnolo è quasi disastroso. Piuttosto mi consiglia un posto immerso nel verde, un parco cittadino nelle vicinanze del termianl T4: Parque Juan Carlos I. Ed è lì che mi rifugerò.

“Tienes la mapa del centro ciudad de Madrid por recuerdo!” – “Recuerdo de una ciudad que no puedo ver?”. Mi ha strappato un largo sorriso e sono andato via sereno.

Parque Juan Carlos I è un enorme parco immerso nel verde posto giusto di fronte alla Fiera de Madrid, onestamente non so chi è nato prima, se la Fiera o il parco, all’estrema periferia est della capitale castillana. Fa molto caldo, non ho idea di quanti gradi ci possano essere, complice di un vento che soffia forte secco da sud-ovest. Faccio un giro rapido, come di perlustrazione, non ho molto tempo. Bramo dal desiderio di bere qualcosa di fresco, ma trovo solo distributori di bibite. Il chiosco dei gelati appare come un miraggio, ma è tremendamente chiuso. Continuo a vagare fino a trovarmi presto in un ambiente molto familiare: una distesa di ulivi mi si apre davanti. Olivos Europeos dice l’insegna. Strano trovare qualcosa che ricordi casa a migliaia di chilometri di distanza. Per un attimo fantastico di essere nella mia terra natìa.

Proseguo, alla ricerca di un pasto veloce e di un po’ di ombra dove fermarmi, ma è tutto chiuso. Mi dirigo allora verso la prima uscita, non senza disorientarmi, e quindi per il primo bar che trovo appena fuori dai cancelli: “Un montado con chorrizo iberico y una pinta, por favor!”, chiedo con un pizzico di orgoglio. Una telefonata a Tenerife è l’occasione giusta per scambiarsi le ultime notizie con gli amici canari, in realtà nessuna novità, ma sempre un semplice todo bien, todo bien.

E’ tempo di tornare al terminal e riproporre l’angosciosa manovra dei controlli. A Madrid tuttavia saranno abituati a queste scene e mi lasciano andare senza colpo ferire, probabilmente vista anche la mia prossima destinazione.

Il volo che mi porta nella capitale catalana scorre via veloce. Ho previsto giusto tre ore esatte dall’atterraggio al mio prossimo mezzo di viaggio, una nave che salperà per la notte. Tre ore che diventano soli trenta minuti di margine visti i vari spostamenti e vista l’indecisione nella comprensione di come muoversi tra i vari mezzi e cambi. Nella metro che mi porta da Plaza Catalunya a Plaza de Colom incrocio lo sguardo di una ragazza giovane, solare, a tratti interrotto dal passare delle persone man mano che il vagone si riempie. Mi sorride, forse per la mia apparenza alquanto stramba in una location non appropriata, forse per uno scambio di intesa tra noi due. Ed è arrivata la mia fermata, perderò subito il suo contatto visivo.

La rambla è viva e pullula di gente perennemente in festa, sebbene gli ultimi avvenimenti politici non siano dei più rosei. Mi perdo nel guardarmi intorno, ad osservare l’ambiente nuovo e poco familiare. Il porto è nelle vicinanze della statua eretta in onore di Cristoforo Colombo, ma sono a Barcellona. Non sarà di certo un piccolo porticciolo turistico.

Raggiungo facilmente il terminal del mio traghetto, mentre incrocio un paio di avventuristi: “faranno il Camì de Cavalls?” penso, non lo saprò mai. La mia attenzione poi si rivolge su una ragazza in particolare: zaino in spalla, bacchette da trekking e sandali ai piedi. “Una donna sola per il cammino?”, non la incontrerò più. Mi fa strano già sentirmi parte di qualcosa che è condiviso da molti, ma che ancora mi è sconosciuto.

Passo la prima ora di navigazione ad esplorare la nave, su e giù per i tutti i ponti, a studiare come le persone possano dormire scomode su una di quelle poltrone da butaca o, per i più esperti, occupare i divanetti del ponte superiore. La mia ricerca si focalizza esclusivamente su dove poter dormire indisturbato, il come è abbastanza relativo. Scelgo una fila di poltrone disabitate e mi infilo sotto, per terra, tra monetine dimenticate ed una moquette tutt’altro che pulita. Srotolo il tappetino e il sacco a pelo, sistemo le cose sparse e mi lascio cullare dal lento dondolio. Tra il karaoke serale e un gruppo di ragazzini, la notte passa tutto sommato liscia.

Il risveglio è dato dalla comunicazione del comandante che avverte i passeggeri che da lì a un’ora saremmo giunti a destinazione: Maò è in avvicinamento. Ricompongo lo zaino e, con un caffè non troppo disgustoso, mi dirigo sul ponte ad osservare l’ormeggio.

Il sole è ormai fuori dall’orizzonte, l’isola si avvicina sempre più. E’ l’arrivo che avevo previsto, l’attesa di approdare nella nuova terra è l’inizio di un qualcosa di nuovo e, per certi versi, indescrivibile. Rimango più di mezz’ora ad osservare il canale in cui è presente il porto, che le navi devono attraversare tra due bracci di rocce naturali. Il paesaggio promette bene, il sole è già caldo, ma l’aria è ancora fresca.  Cerco di capire come orientarmi, da dove prendere il cammino e in quale direzione andare.  Mi domando se sono pronto.
Non c’è tempo per pensare. Abbiamo già attraccato.

1. Venerdì 7 Agosto
Maó – Platja d’En Tortuga (16 km)

Uno sguardo rapido alla mappa e presto mi rendo conto che sono approdato sulla costa opposta a quella che avevo previsto. Il molo è abbastanza grigio e spoglio, così mi dirigo verso l’uscita seguendo le indicazioni e vado verso la strada asfaltata in direzione Sa Mesquida. In un attimo mi ritrovo in una terra sconosciuta, solo, camminando con lo zaino sulle spalle. Brutto e appariscente, pesa molto, già so che avrò problemi a trasportarlo in questi tredici giorni che mi aspettano. È anche scomodo.

La giornata promette bene, il sole va su e scalda la terra inumidita dai venti della notte. L’asfalto non sa di asfalto, quell’odore acre che avevo provato a Madrid. Seguo le indicazioni date dal primo cartello del cammino che incrocio.

Sa Mesquida è appena poco meno di un’ora, la raggiungo facilmente, è una cala sabbiosa con casette bianche appena al di sopra che si affacciano direttamente sul mare cristallino.

Il tratto iniziale è sul lato della careggiata, per nulla paesaggistico e naturale, anzi devo star attento alle auto che mi vengono contro, finchè non trovo la deviazione per il sentiero delimitato.

La prima sosta è inevitabilmente un supermarket – direi più un minimarket, l’unico aperto alle 9 del mattino in cui posso prendere del cibo. Un thè refrigerante è il massimo che mi posso concedere allo stato attuale delle cose.

Una prima nuotata per rinfrescarmi in questo mare azzurro non me la nega nessuno.  Ma devo rimettermi in fretta in marcia, il sole è alto e il caldo già si fa sentire. Non ho realmente un programma di viaggio, so che devo arrivare ad una destinazione oggi, e cerco di non perdere troppo tempo.

UN VIAGGIO LUNGO IL CAMI' DE CAVALLS 7

Il cammino riprende alla fine della spiaggia sullo sterrato dopo aver attraversato una lunga pedana in legno.

Es Grau, la mia prima tappa, è sufficientemente lontana da dover alzare il passo e fermarmi solo per brevi soste rigeneranti all’ombra. Sono già in un bagno di sudore, ed anche abbastanza provato.

Incontro diverse persone in preda alle fatiche della calura dei primi di Agosto, nessun escursionista: chissà come mai, mi chiedo. Solo turisti vestiti di poco alla ricerca di qualche spiaggetta naturale.

Non appena ritrovo la strada asfaltata che incrocia con il cammino che porta alla riserva naturale rinuncio ben presto alla fatica dell’ultimo tratto. Non ho idea di quanto manchi a destinazione, non sono ancora pratico nel capire le distanze e i relativi tempi da una semplice cartina. Dovrei essere in zona.

Lascio cadere lo zaino all’ombra e, pollice insù, aspetto un passaggio da qualche buon cuore (mi è sembrata subito una sconfitta emotiva fare autostop durante un cammino, ma diventerà ben presto una consuetudine). Tuttavia rinuncio dopo pochi tentativi, date che non ho mostrato troppa pietà scoprendo che il paese di destinazione era giusto poco più avanti, circa un chilometro, da non essere necessario un passaggio.

Appena incontro la civiltà mi dirigo verso il primo bar che trovo: all’ombra ed esattamente fronte Platja de Es Grau. Location perfetta, esattamente come desideravo: ombra e fresco, l’unica necessità del momento è una birra ghiacciata. Via la t-shirt, via gli scarponi e preparo il mio panino comprato a Sa Mesquida, con del formaggio già sciolto e salumi improponibili, non aveva importanza quello che sarebbe successo dopo.

Vengo prontamente però bloccato da una ragazza che mi viene incontro “Hola! Perdóname, está haciendo el Camì de Cavalls?”.

Immediatamente mi sono immedesimato in quell’élite di escursionisti che hanno avuto la brillante idea di fare il giro dell’isola in pieno Agosto.

Sono identificabile come caminante. Le rispondo con molta fierezza, che sì, anch’io ho scelto la strada del cammino, partendo da Maò, ancor prima da Barcellona, e raccontandole l’inizio del mio tragitto, del mio viaggio interiore senza però entrare nei dettagli. La birra e il pasto mi aiutano ad avere la forza per continuare il discorso. Ci intratteniamo qualche minuto, giusto per chiederle qualcosa come: cosa mi aspetta? Cosa c’è più in là? Senza entrare troppo nei dettagli, non sono al momento di mio interesse.

Sono circa le dodici quando sono arrivato a Es Grau, del 7 Agosto. La mia prima tappa. Secondo il mio programma di viaggio avrei dovuto soggiornare qui e quindi dovrei cercarmi già un posto dove dormire o comunque dove riporre le mie cose. L’ombra di alcuni alberi giusto in riva al mare mi sono sufficienti per riposare e recuperare energie dal calore estivo. Mi metto un po’ in disparte, e dopo una breve nuotata mi lascio cullare dallo sciabordio del parlare delle persone e dal suono delle piccole onde. Mi addormento.

Il risveglio è di un chiacchiericcio catalano, di cui a mala pena comprendo il tema del discorso. Saluto i miei vicini, sono una coppia di signori di Barcellona in vacanza sull’isola, stanno scoprendo le migliori spiagge e inevitabilmente finisco nei loro discorsi e nelle curiosità del cammino, su cui pochi consigli posso ancora dare.

Con loro c’è anche la ragazza di prima, catalana anche lei, sta seguendo il Camì al contrario, mi dice, e solo per metà, da Ciutadella a Maò – strana cosa, con il solo intento di fare una passeggiata di sei giorni.

Ma sappiamo entrambi che c’è sempre una motivazione dietro a tutto ciò. Le chiedo subito consigli su dove dormire, se le spiagge sono tranquille, se posso campeggiare dove voglio, se il tracciato è facile e si può seguirlo senza timore alcuno.

Mi racconta della sua esperienza, con una pacatezza e gioia che le s’intravede negli occhi e nel suo sorriso.

Mi tranquillizza sul fatto che non passerò mai una notte da solo e al tempo stesso mi mette in guardia dai pipistrelli e dagli scorpioni. Inutile accennare al fatto che non sono pronto alla difesa dagli animali selvatici.

UN VIAGGIO LUNGO IL CAMI' DE CAVALLS 13Sono le prime ore in terra spagnola dopo mesi e il mio castillano da autodidatta è ancora un po’ arrugginito, ma accetto di prendere un caffè e di parlare del più e del meno, dell’Italia e della Catalunya, di tante analogie di due paesi tanto differenti, delle migliori cale minorchine e dei tramonti, della luna piena che lei ha appena incontrato. Il suo viaggio è già volto al termine, il mio è appena ai nastri di partenza.

“La naturaleza es nuestra amiga, es la gente que no es amiga” mi dice, mentre con due bracciate si allontana verso il largo. Non devo temere nulla. Non saprò mai il suo nome. Ci salutiamo con un caloroso abbraccio e un buen camino.

Sono ancora un po’ estraniato e disorientato, ma riprendo il cammino appena il sole comincia ad andar giù e non picchia molto. È il momento di cercare il giusto posto dove passar la notte, una cala o una spiaggia riparata. Ho segnato alcune di esse sulla cartina, il mio l’ho già fatto per oggi, vedo fin dove posso arrivare. Sicuramente il più lontano possibile dalla massa e occhi indiscreti.

Lascio il parco naturale di S’Albufera d’Es Grau alla mia sinistra – non ho tempo né forza per visitarlo, e ritrovo ben presto i paletti che segnalano il sentiero. Supero veloce Cala des Tamarells, che in principio avevo segnato come posto ideale e proseguo fintanto che le gambe me lo consentono.

Sento però la fatica dello zaino, le mie spalle già chiedono grazia. Tuttavia il sentiero, a tratti sconnesso, sembra non troppo impegnativo, fa caldo sì, ma posso tirare avanti ancora per qualche ora. Almeno così mi sento di fare. Ogni tanto devo fermarmi per dar respiro alla schiena. Mi accorgo dell’asperità dell’isola, fatta di roccia bassa, lisciata dal continuo camminare di escursionisti e quelli che furono i cavalli che qualche centinaio di anni prima sorvegliavano l’isola. La fatica si sente, eccome. Inizio già a sentire la pressione bassa e piccoli giramenti di testa, e le soste per rinfrescarmi in acqua di fanno sempre più frequenti.

Mi fermo qualche minuto in Cala Morrell Nou, il sole va tramontando, ma non so bene ancora quante ore di luce ho davanti, sicuramente poche. In un attimo mi rendo conto di essere solo, solo con il Mediterraneo davanti e un parco naturale dietro.

Io e la naturalezza che sola può darmi la forza necessaria per affrontare l’ultimo chilometro che mi spetta fino all’ultima spiaggia, o alla prima più vicina. Troppi sassi ci sono questa cala, dormirei troppo scomodo. Troppa solitudine qui, non so se sono già pronto per affrontarla. Un ultimo sguardo alla guida e riparto verso la prossima cala.

Alla prima vista di Platja d’En Tortuga mi dico che è il posto perfetto. Il sole è già dall’altra parte, c’è ancora qualcuno in acqua che si gode gli ultimi attimi di una giornata di mare, il faro di Favaritx sullo sfondo e una ragazza che prepara l’accampamento. Non ci penso su due volte: è il luogo giusto. Abbastanza frequentato, abbastanza isolato per montare la mia casa.

Lascio cadere lo zaino sulla spiaggia, già noncurante di tutto e vado diretto in acqua. La soddisfazione del finale di giornata per aver fatto più del dovuto è davvero tanta. Mi godo la pace del momento. I battiti del mio cuore tornano normali e la circolazione regolare. Sedici chilometri per un totale di poco più di quattro ore camminando, non male!

Mentre mi godo questa situazione idilliaca, seduto sul bagnasciuga ad ammirare l’orizzonte, due ragazzi si avvicinano chiedendomi se stessi seguendo il cammino – da cosa devono averlo dedotto!? Gli parlo della mia esperienza giornaliera, raccontando di come ho affrontato questa mia giornata e delle incertezze e dubbi che mi aspettano. Al tempo stesso si avvicina anche la ragazza che ho visto prepararsi per la notte e – non senza sorpresa, scopro che anche lei sta seguendo la stessa avventura, iniziata il giorno stesso e con il mio stesso programma di viaggio. Wow!

Il destino ha voluto che non dovessi rimanere solo con me stesso. Al momento mi ha tranquillizzato molto, ho compagnia per cenare, compagnia per la notte. Una notte di stelle oscurate dall’intermittenza della luce del faro, con cui imparerò a convivere.

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RINGRAZIAMENTI

La scrittura di questo libro è nata da una mia idea in un giorno di un imminente autunno, ma ancora estate inoltrata. Inizialmente voleva essere una semplice stesura di un diario personale che avrei dovuto scrivere nelle mie lunghe giornate di solitudine e che invece si era fermata al terzo giorno, complice tutta la serie di avvenimenti inattesi appena descritti.

Un po’ come il mio viaggio, questo libro era del tutto inatteso ed è assolutamente disorganizzato, ma ha preso forma giorno dopo giorno, plasmato dalle mille idee che mi venivano in mente davanti al pc in un’atmosfera da una candela, un thè caldo e un sigaro, accompagnato dal buon reggae roots e altre melodie afrodisiache di sottofondo.

I ringraziamenti principali vanno a tutte le persone che ho incontrato durante il cammino, quelle con cui ho condiviso un tetto e quelle che semplicemente sono state di conforto scambiando dell’acqua o della frutta fresca. Mi dilungherei troppo a ringraziarle tutte, sono state tutte, indistintamente parte di questo percorso, sia chi ha compreso le nostre difficoltà, sia chi ha disprezzato il nostro modo di fare.

A Vianney che, nonostante tutto, ha reso questa esperienza particolarmente piacevole.

Un grande ringraziamento va ai testi che ho portato quasi inutilmente con me, e quelli che sono diventati utili, come gli altri, postumi al viaggio:

Walden, di Henry David Thoreau, voleva essere il grande classico narrante del passaggio dalla società alla vita solitaria dell’autore e in qualche modo ne volevo prendere spunto ed ispirazione;

Ode al vino, di Pablo Neruda, era l’insieme di sonetti che avrebbe dovuto ispirarmi nell’amare qualsiasi componente della natura che osservavo e di cui assaporavo i sapori, immedesimandomi nella lingua e nella filosofia spagnola;

Wild, di Cheryl Strayed, è stato il testo che mi ha illuminato sull’idea di intraprendere un viaggio e un cammino in solitaria, alla ricerca di risposte alle domande personali che nessuno sa darti, e per fortuna mi è andata abbastanza bene rispetto alla protagonista;

La isla de los 5 faros, di Ferran Ramon-Cortès, è stato il primo testo che mi ha ispirato i ricordi più emozionanti del viaggio: i cinque fari di Minorca che non ho mai visto, a parte uno da lontano (Favaritx);

infine Vagabonding, di Rolf Potts, è il testo postumo che probabilmente qualsiasi viaggiatore non esperto di organizzazione di viaggi in solitaria dovrebbe prendere in considerazione, perlomeno per sapere quale imprevisto gli aspetterà, ma non prendetelo troppo sul serio, non rovinatevi le tante soprese a cui andrete incontro.

A tutto questo, alle persone, alle anime incontrate, a Vianney, Gerrard, Eva, a Tina, ai los bascos e ai los madrileños, a Mia, che mi ha ricordato nel suo blog miamooreuniverse.wordpress.com, ed Estefi, agli abitanti che mi hanno aiutato con gli autostop, a chi da casa mi sosteneva anche solo con il pensiero, ai testi che mi hanno dato questa ispirazione, alla natura che mi ha accolto e spesso difeso, un doveroso e caloroso grazie.

Walter Dellisanti           

Marine Biologist

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