Elena Arneodo, durante un viaggio solidale WEP (Progetto Wildlife), ha preso parte a un Safari al Kruger National Park

Elena Arneodo, durante un viaggio solidale WEP (Progetto Wildlife), ha preso parte a un safari al Kruger National Park; questa la sua testimonianza.

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Elena Arneodo, durante un viaggio solidale  WEP (Progetto Wildlife), ha preso parte a un Safari al Kruger National Park

Elena ci racconta la sua esperienza vissuta con WEP in una delle riserve naturali più belle del mondo.

Se si decide di visitare il Sudafrica non si può non fare un safari nella parte nord-orientale del Paese. Il Kruger National Park è a ragion veduta un must per gli appassionati dei grandi animali.

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La più estesa riserva naturale dell’intero continente africano – che prosegue in Mozambico prendendo il nome di Parco Nazionale del Limpopo – è un’infinita distesa di terra rossa su cui si alternano boschi di sicomori e acacie, cespugli e arbusti rinsecchiti.

Qualche chioma verde si erge solitaria nelle macchie di erba gialla lungo i corsi d’acqua. Talvolta il cielo è plumbeo, di un grigio uniforme e tagliato da un’aria gelida; talvolta pare un mare turchese, terso e pulito.

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Noi siamo stati fortunati e per visitare il Kruger abbiamo scelto una giornata di sole. Siamo partiti in jeep, all’alba, carichi di aspettative. Ci siamo addentrati nella rete di piste che attraversano il parco e abbiamo aguzzato lo sguardo. I Big Five sono l’obiettivo di chiunque visiti una riserva naturale.

Si spera di collezionarli tutti in un’unica giornata, ma solo la fortuna garantisce l’en plein. Cala il silenzio e cresce l’attenzione. Il desiderio di trovarsi di fronte agli animali che si vedono su libri e documentari fin dall’infanzia è palpabile.

I minuti trascorrono nell’attesa e finalmente intravediamo la coda di un leopardo che dondola ritmicamente da un ramo. Se ne sta appollaiato tra le foglie appena germogliate di un albero, circondato da una calma apparente. Spolpa con meticolosità la sua preda senza abbassare la guardia. Ogni tanto drizza improvvisamente le orecchie e alza i suoi occhi verde chiaro che scrutano l’orizzonte per un lungo istante prima di tornare a occuparsi dell’antilope che stringe tra gli artigli.

Coricata a terra c’è la compagna, assonnata. Alza pigramente le palpebre ma le richiude poco dopo, non interessata alla presenza umana. Uno spettacolo che cattura e paralizza per la sua bellezza, un quadro naturale con una potenza incredibile. Difficile staccarsene.

Decidiamo però di proseguire alla ricerca di altri animali. Più facile imbattersi in gruppi di antilopi e gazzelle: impala dalla delicata eleganza – con lunghe corna attorcigliate i maschi, cornetti dritti e corti le femmine – klipspringer dagli enormi occhioni lucidi neri, springbok dal manto rossiccio e il ventre biancastro, goffi kudu grigio scuro.

Ogni tanto incrociamo simpatiche famiglie di facoceri: si piegano spesso sulle ginocchia anteriori per brucare l’erba e si rialzano rapidamente rizzando la coda per intraprendere una buffa corsa a passi brevi e veloci.

In una macchia verde scuro a poca distanza, un compagno di viaggio intravede per primo un grande scudo grigio. Finalmente un altro momento importante del tour.

Il ranger che guida la nostra jeep avanza lentamente cercando di fare poco rumore finché compare in tutta la sua possanza un enorme rinoceronte bianco, un colosso che arriva a pesare fino 4 tonnellate.

Intimorisce. Per la stazza, per la corazza spessa e rugosa, per il corno massiccio. Sta proteggendo il piccolo, che riposa all’ombra di un albero, proprio dietro di lui.

Difficile immaginare la trasformazione che vivrà il suo corpo, ora in miniatura.

Nulla a che vedere con la leggiadria della giraffa.

La gobba all’attaccatura del collo, l’ordinata criniera a spazzola e gli occhi da gran dama contornati da sopracciglia da prima donna, ne fanno la signora della savana.

Dopo essersi fermata a osservare la jeep, riprende la sua molle andatura ciondolante per dirigersi altrove.

 

Ci fermiamo in un’area attrezzata per una pausa ristoratrice. Necessaria.

Un panino veloce e una tazza di caffè americano restituiscono le energie dopo le prime otto ore trascorse in jeep.

Stiriamo i muscoli, sciogliamo le gambe facendo quattro passi… Ma la voglia di immergersi nuovamente nel silenzio della natura abbandonando il bar e la folla di turisti è incontenibile.

Dopo una mezz’oretta si impone alla nostra vista un elefante. Le grandi orecchie sventolano allo stesso ritmo della coda, allontanando le mosche che ronzano tutt’intorno.

Si muove con lentezza. Nulla sembra smuoverlo.

Pare conoscere ogni segreto della vita nella savana, come un grande saggio centenario. Dà attenzione a ciò che la merita, non considera ciò che non è ritenuto un pericolo.

Segue i suoi ritmi, badando esclusivamente alle sue esigenze. Primordiali. Essenziali.

Una seconda pozza d’acqua è popolata da un branco di bufali.

Alcuni si crogiolano nel fango, altri preferiscono rinfrescarsi facendo lunghi bagni per ripulirsi dai parassiti che li infastidiscono.

Altri ancora ospitano sui loro dorsi piccoli uccelli che li ripuliscano da insetti e animali indesiderati.

Ma non è il bufalo l’animale che tutti desideriamo vedere, non è lui il re della foresta. La delusione di non aver visto il quarto più grande dei cinque felini esistenti sul nostro pianeta non può essere mascherata.

Gli orari del parco ci impongono però di avvicinarsi ai cancelli di uscita e ancora non si è fatto vedere. L’aria secca, il sole, la stanchezza e le lunghe ore trascorse in jeep iniziano a farsi sentire amplificando l’aspettativa delusa.

Non sempre si possono vedere tutti e cinque i Big 5, ma mancare il leone è un vero peccato. La rassegnazione lascia il posto all’appagamento di quanto visto, senza però occludere l’ultimo spiraglio di speranza.

E il miracolo si compie: una fluente criniera rossiccia, muscoli sinuosi, il pelo raso una mascella importante e occhi castano chiari compaiono in lontananza.

E poi lei, seducente e sicura, più reattiva alla minaccia dell’uomo che si avvicina. I suoi movimenti sono nervosi e l’innata propensione a proteggere i cuccioli si traduce in scatti improvvisi e sguardi severi.

Conviene lasciarle la pace che le è dovuta, ringraziandola per lo splendido, inaspettato regalo che ci ha offerto.

Le numerose zebre che tanto stupivano all’inizio del safari passano ormai inosservate nell’ultimo tratto di strada.

La forza schiacciante della natura africana penetra silenziosa nei nostri animi lasciando un senso di stordimento, una sbornia di emozioni esaltanti.

Per informazioni:

Tel. 011 6501356

Mail: info@wep.it

www.wep.it

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