La dittatura del benessere:
Filippo vive a Singapore da dove ci racconta, in modo originale, la sua esperienza e la vita in quest’isola ricca di contraddizioni

Filippo Cardella, classe 1984, è un toscano doc: nato a Calci, ha vissuto tra Firenze e Pisa fino all’età di 23 anni. Dopo un percorso di formazione come grafico presso l’Istituto superiore per le industrie artistiche, ha avuto l’occasione di frequentare un tirocinio nell’agenzia di comunicazione creativa diretta da Oliviero Toscani. «Quel tirocinio, dopo appena 3 mesi, si trasformò in un lavoro con un contratto a tempo indeterminato. Da quel momento ho maturato l’idea di fuggire dall’Italia e dopo appena 2 mesi mi sono licenziato».
Ora vive a Singapore, dopo un breve soggiorno a Buenos Aires. Da qui ci racconta, in modo originale, la sua esperienza e la vita in quest’isola ricca di contraddizioni.

Dopo il diploma scientifico, frequentai l’ISIA di Firenze, per formarmi come grafico. L’esperienza accelerò una ricerca creativa altrimenti inattuabile per il figlio di un odontotecnico nato in un paesino di campagna. Alla soglia dei 23 anni, a un passo dalla tesi, ebbi l’occasione di un tirocinio presso La Sterpaia, il laboratorio creativo fondato e diretto dal Maestro della fotografia Oliviero Toscani, esule volontario da Fabrica. Quel tirocinio, dopo appena 3 mesi, si trasformò in un lavoro.
Anche in quella occasione fui vittima di un’aberrazione del sistema dovuta al genio e al cuore del Maestro che, come in un antico laboratorio medievale, mi ha accolto, mi ha sfamato e mi ha educato all’arte con immensa pazienza, data la mia imperizia di ragazzo. Dopo circa 3 anni di maturazione sotto l’egida del fotografo immaginatore, sono riuscito addirittura a collezionare un contratto a tempo indeterminato. Da quel momento ho maturato l’idea di fuggire dall’Italia e dopo appena 2 mesi mi sono licenziato.

Allo scadere dei 26 anni mi stavo godendo il mio nuovo status di disoccupato, alloggiando in una casa semi-diroccata senza cucina e riscaldamento e invano mi affannavo nella ricerca di un nuovo impiego. Dopo un paio di mesi, ormai alla soglia dell’assideramento, sono stato soccorso da uno dei miei vecchi art director, che mi ha referenziato presso lo studio Furia di Buenos Aires, diretto dal brillante Guillermo Tragant. Ho lavorato a Buenos Aires per pochi mesi, amando la città e la sua gente e cercando di sopravvivere in Balvanera con i miei pochi pesos. I miei pochi pesos sono stati anche la causa principale del mio attuale trasferimento a Singapore, dove vivo ormai da 5 mesi.

Oltre a vivere a Singapore vivo anche una sorta di nemesi storica della mia vita in Italia.
Nel Bel Paese vivevo in una casa diroccata, qui vivo in un super-condominio con piscine, palestre, campi da tennis outdoor e indoor, sala lettura, Jacuzzi, parquet, aria condizionata, lavatrice, lavastoviglie, asciugatrice e terrazzo al quattordicesimo piano. Data la mia relativa giovane età, questa condizione di imborghesito mi fa sentire a tratti un po’ a disagio, anche per il fatto che in nome di un ‘bello’ stipendio e di un’entusiasmante esperienza nel sud-est asiatico ho rinunciato in toto alle mie libertà civili.

Arrivando a Singapore ogni bravo lavoratore bianco, paladino della democrazia (me compreso ovviamente), firma il proprio impegno al disimpegno politico in cambio di un bel permesso di lavoro.
È importante sapere che in questa isola, dove imprenditori re Mida moltiplicano capitali con la sola imposizione delle mani, la gerontocrazia al potere ha maturato il vezzo di limitare le libertà civili, lasciando che i cittadini si sfoghino in luculliani pasti e nello shopping più sfrenato. In questo gioiellino del capitalismo dagli occhi a mandorla si praticano punizioni corporali (bastonate) e si impiccano un bel po’ di improbi, si applicano creative leggi contro i lavoratori e si inneggia alla crescita, si limita la rete e la libertà di stampa, si vieta la libertà di associazione e si sbarra l’accesso alle candidature politiche e chi più ne ha più ne metta.

Essere colluso a una dittatura del benessere è un altro aspetto della nemesi del mio Io che nella penisola si gongolava nel suo bovarismo vedendo il nemico nella borghesia più ignorante e volgare d’Europa: quella italiana. Purtroppo, nel mio peregrinare ho fatto la banale e spiacevole scoperta che la borghesia italiana ha degli emuli sparsi nelle classi dirigenti di tutto il mondo. A essere sinceri alcuni tra loro leggono un paio di libri, vestono in modo più sobrio, prevengono abbronzature abbacinanti, evitano donne che sembrano uscite dai sogni di un adolescente turbato e non si dileggiano nel turpiloquio o in improbabili intercettazioni a effetto. Ma purtroppo il frutto delle attività di queste classi dirigenti cambia poco rispetto ai brillanti risultati dell’intellighenzia italiana e la maggior parte dei giovani, che per questioni biologiche non possiedono il 50% dei cromosomi di un dirigente al comando, è ancora ridotta a impacchettare i sogni in un cassetto o nelle valigie di cartone. Paese che vai ingiustizia sociale che trovi.

Per questa ragione la diaspora dei giovani italici mi appare come l’ultimo delirio di un popolo che ha definitivamente perso lucidità.
Cosa sperano di trovare di là dal confine? Fatevi dire quanto pagano per una stanza i vostri amichetti fighi che vivono a Londra o a New York. E se vi dicono che gli stipendi sono proporzionati ai costi fatevi mandare un paio di foto dei loculi in cui vivono. Se vi dicono che in Inghilterra, ad esempio, c’è più lavoro andate su wikipedia e confrontate i tassi di disoccupazione tra Italia e Gran Bretagna negli ultimi 3, 4 anni. Quante fantasmagoriche storie ci inventiamo pur di non affrontare i problemi del paese. Gli italiani di oggi sono illusi come gli albanesi di 15 anni fa, che arrivavano in Italia pensando di fare fortuna premendo il pulsante giusto in un telequiz. Chiedete ai vostri amici che dopo 9 mesi all’estero tornano a casa con la coda tra le gambe che cosa è successo. ‘Scusa amico perché sei di nuovo qua?’ Forse non è proprio una figata come raccontano questo ‘Estero’.

Perfino i miei genitori sono orgogliosi di avere un figlio che ‘viaggia per il mondo’, quando invece i nostri padri e le nostre madri dovrebbero vergognarsi di fronte all’eredità che ci hanno lasciato.
Ma ormai siamo tutti collusi col sistema e al 99% questo mondo lo lasceremo esattamente come l’abbiamo trovato, o forse peggio, perché questa larva che ha infettato i nostri cervelli e ha barattato la civiltà per un tozzo di pane e un varietà ci ha ormai resi abulici. La nostra faccia a questo punto si è trasformata in un ghigno e a breve saremo intenti a difendere quella poltroncina. Già mi vedo ad amare la normalità e lo stipendio odiando chi li minaccia con la rabbia di chi ha subito un torto o di chi è vessato da sempre.

Sopravvivi, pensa a te! Altro che lottare per un po’ di giustizia.
Spero solo che i miei amati coetanei, siano essi viaggiatori incalliti o fedeli ragazzi di quartiere, non siano come me: non è molto elegante barattare la propria dignità per un paio di stanze col parquet.

Di Maura De Gaetano

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